Accoglienza: riflessioni e non paure per attivare impegno e responsabilità

40.368 tra morti, feriti e dispersi, cent’anni fa, soltanto sul Montello nella battaglia del solstizio, “inutile strage” nella barbara guerra ‘15-‘18 (papa Benedetto XV). Un “inferno” che non augurerei a nessuno… Quando vengono gruppi di giovani ad incontrare i migranti ospiti della casa di accoglienza di Giavera del Montello, alla sera propongo un momento di veglia nel vicino cimitero inglese, che ospita 416 caduti della prima guerra mondiale, e li invito a cercare un nome con l’età più vicina alla loro da unire al loro stesso nome nella preghiera. Impressiona sentire, nel silenzio della notte: “ricordati Signore di Thomas, 19 anni, e di Alberto, 19 anni …  di John, 20 anni, e di Anna, 20 anni…”. E dall’altro capo della storia, non augurerei a nessuno i centinaia di migliaia di morti della guerra in Siria… e quelli in Eritrea, in Somalia, in Sud Sudan, … e nei deserti e nel Mediterraneo e da quanti altri inferni dai quali fuggono i profughi che avrebbero dovuto arrivare sul Montello… Ma anche da situazioni di fame, di disastro ecologico climatico finanziario… Un inferno simile non lo augurerei neppure agli autori del famigerato striscione esibito qualche sera fa a Volpago, ad una manifestazione alla quale erano presenti non poche autorità civili. Certo, magari non è una buona idea sistemare un centinaio di richiedenti asilo in una polveriera dismessa in mezzo al “bòsch Montèl”, isolati da tutto e da tutti… ma allora che le Amministrazioni di metà dei comuni trevigiani le quali hanno dichiarato di non voler neppure un richiedente asilo sul territorio da loro governato si assumano le proprie responsabilità.

Da cristiano di questa terra so bene che ormai siamo minoranza, non solo nella frequenza alla messa domenicale ma ancor più nella mentalità diffusa. Per questo ho la netta convinzione sia necessario offrire argomenti di riflessione che superino un ormai vuoto appello ai valori (“dobbiamo accoglierli!”), facilmente tacciato di buonismo. E allora mi permetto di porre una questione seria, che l’arrivo di questi giovani migranti mette in luce. Da noi, a Treviso in Veneto in Italia, ancor più che nel resto d’Europa, la società sta rapidamente invecchiando. Abbiamo un indice di dipendenza anziani (il “peso” del segmento anziano sulla popolazione in età da lavoro) che rapidamente sfonda ogni previsione: dal 25 al 33% in 15 anni nel solo trevigiano. E questo pone un interrogativo non solo sulla questione pensioni, ma sulla sostenibilità economica e sociale del sistema sanitario, del sistema educativo, della capacità creativa di intraprendere iniziative produttive, culturali, comunitarie di tipo innovativo… E’ una situazione che si presenta per la prima volta nella storia e preistoria dell’umanità: il “ricambio” della classe giovanile è largamente insufficiente a sostenere la società nel suo insieme. Ed è tragicamente aggravata da una crisi occupazionale che va cronicizzandosi, alla quale molti giovani rispondono cercando all’estero, altrove. Ci troviamo quindi in una fase davvero critica: abbiamo estremo bisogno di giovani che possano “investire” i loro sogni e le loro energie nel nostro territorio, ma non riusciamo a “trattenere” né i giovani nati qui, né quelli che arrivano da altrove. E’ un problema strutturale della nostra terra, provocata a ripensare alla radice un sistema economico e finanziario che non sa rispondere adeguatamente a quanto va accadendo a noi, e che chi arriva qui da altri “inferni” mette drammaticamente in luce … Non sarebbe il caso di riflettere insieme su questo, invece di esasperar paure che annullano ogni capacità di pensiero, e mettere in campo le migliori energie per affrontare tale nostro problema, il che darebbe sia a noi sia ad altri migliori speranze di vita e di futuro?

Nel frattempo, mi permetto di citare nuovamente una delle più belle espressioni di etica laica che abbia mai incontrato, la conclusione delle Città invisibili di Italo Calvino. Ad un immaginario Marco Polo, che racconta a Kubilai imperatore della Cina le città che va visitando nel suo impero, l’imperatore chiede se non sia inutile ogni sforzo di governo, visto che c’è il rischio di finire comunque dentro il vortice della “città infernale”. E Marco risponde: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». E’ l’impegno che dà senso al mio vivere, e a quello di molti altri, cristiani e no. Spero possa diventare anche responsabilità di chi abita questo territorio, e di chi oggi lo governa.

don Bruno Baratto, direttore Migrantes – Treviso